L'isolotto di Vivara
Vivara (nel dialetto locale Bivàra), secondo Neumann citato da Rittmann (1951), deriverebbe da un termine latino (vereor oppure vivarium) indicante la presenza di risorgive d'acqua dolce o di un vivaio ittico in età romana. Tuttavia, è ragionevole ipotizzare una sua derivazione dalla radice (K)VAR nel significato di curvare, preceduta dal prefisso BI(S), due volte (Pianigiani, 1993), con riferimento alla sua morfologia doppiamente arcuata (due volte curva), tipica di un relitto vulcanico smembrato da fenomeni vulcano-tettonici e rimodellato dall'erosione marina (Aiello et al., 2007). Non è però da scartare la possibilità che questo nome provenga dall'accadico BARUM nel suo significato di custodire, preservare (Semerano, 1984), da cui è derivato anche l'attuale termine tedesco Bewahren, anch'esso indicato da Neumann; infatti, fin dai tempi più remoti l'isola avrebbe costituito per i natanti un naturale e sicuro riparo dai marosi. L'isolotto, dal caratteristico aspetto a mezzaluna, è quasi sicuramente un frammento di parete craterica di un antico vulcano che con l'altro pezzo rimasto, quello di S. Margherita di Procida, costituiva l'intero cratere poi distrutto su gli altri due fianchi da secoli di mareggiate provocate dai venti di Libeccio e di Scirocco che spirano in zona più frequentemente, formando così l'attuale conca ora invasa dal mare che prende il nome di golfo di Gènito. L'isola è quindi ciò che rimane di uno dei cinque crateri di Procida e un tempo era collegata a quest'ultima da una falesia poi erosa dal mare. L'isolotto di Vivara non è stato sottoposto ancora, speriamo non lo sia mai, a un irreversibile antropomorfizzazione e conserva valori archeologici, botanici e faunistici di notevole livello. Collegata alla vicina Procida da un ponte pedonale di poco più di 100 metri costruito negli anni 50-60, Vivara è un piccolo e ameno territorio (32 ettari) con un percorso costiero di circa 3 Km, luogo incantato di arcana bellezza. L'isolotto declina a sud dando vita alla Punta di Mezzogiorno, a nord alla Punta Capitello, ad ovest alla Punta d'Alaca e ad est al golfo di Genito o Carcara.
Per la sua particolare conformazione costiera, l'isola risulta difficilmente accessibile dal mare per la quasi totalità del suo perimetro anche se, per opera dell'uomo, è ora possibile approdarvi. A Vivara non esistono spiagge. Alla fine del ponte, in corrispondenza della punta Capitello, vi è un casotto d'ingresso, da cui si accede, salendo per una lunga rampa di gradini fatta costruire in onore della principessa Maria José che voleva visitare l'isola, al sentiero principale che attraversa longitudinalmente l'isola e conduce alla sua parte più alta, posta quasi al centro dell'isola, ove si trova un gruppo di case rurali. Si tratta di un complesso abitativo costituito da una Casa padronale secentesca e da una Casa colonica. Alla punta Mezzogiorno alta, a sud dell'isola è posto un edificio detto "Tavola del re", da cui è possibile godere di uno spettacolo straordinario sull'intero golfo di Napoli: da Ischia fino al Vesuvio, passando per Capri e la costiera sorrentina.
L'isola di Vivara si presenta come il sito ideale per farne un laboratorio di ricerche e un campo d'educazione ambientale aperto in maniera disciplinata a tutti gli studiosi, gli amanti della natura e le scolaresche che vogliano visitarlo e svolgervi attività nel rispetto dei regolamenti e del territorio. Su questo vulcano sottomarino, emerso in parte per il deposito stesso del suo materiale e per altre cause vulcaniche, si sarebbero depositate nei secoli, tre successive stratificazioni provenienti in parte da ulteriore attività del vulcano stesso, e in parte da eruzioni fortemente esplosive prima di Ischia (monte Epomeo), poi di Procida (vulcano di Solchiaro) e infine dei Campi Flegrei. Interessante la secca delle Formiche di Vivara, che sorge a circa 800 metri dalla costa occidentale di Vivara, a metà strada circa tra questa e Ischia. Le Formiche di Vivara costituiscono in effetti le cime di una secca, che si eleva da 20-25 metri fino ai 4-5 metri; i suoi pendii hanno andamento batimetrico diverso: il lato orientale (verso Vivara), presenta profondità modeste (12-16 metri), mentre il lato occidentale (verso Ischia), scende a profondità maggiori (20-30 metri). Sulla secca delle Formiche di Vivara sono presenti numerose grotte che sembrano scolpite dall'uomo. Il clima dell'isola rispecchia nei suoi aspetti quello di tipo mediterraneo, caratterizzato da aridità estiva, piogge concentrate in autunno-inverno e in pochi temporali con precipitazioni torrenziali, mitezza delle temperature invernali. Tuttavia, nel complesso il clima risulta meno caldo e secco di quanto ci si potrebbe attendere. Per quanto riguarda il valore archeologico di Vivara le prime informazioni giungono dall'archeologo Buchner che, negli anni '30, durante uno scavo a Punta Capitello, rilevò reperti risalenti all'età del Bronzo. Successivi scavi confermarono le scoperte di Buchner.
A punta Mezzogiorno sono state rinvenute le prime tracce di un'attività legata alla lavorazione del metallo. A Punta d'Alaca è stata trovata una struttura circolare e resti di abitazioni fiancheggiate da piccoli vani aventi probabilmente funzione di deposito. Vivara dunque era un polo di lavorazione di metalli, di manufatti pregiati e di scalo per i traffici marittimi del commercio tra il XVIII e gli inizi XVII secolo a.C.. Dal punto di vista botanico il visitatore che accede oggi sull'isolotto vedrà la verdeggiante parete orientale di Vivara allo stato di quasi vergine e intatta macchia mediterranea, un polmone verde con una gamma cromatica che cambia in maniera spettacolare con l'avvicendarsi delle stagioni: dalle euforbie (Euphòrbia dendròides), ai pochi lecci (Quercus ilex), ai corbezzoli (Àrbutus ùnedo) ai caprifogli (Lonìcera impléxa), alle ginestre (Spàrtium jùnceum), ai cisti (Cistus Monspeliènsis, Cistus salvifòlius, Cistus incànus), al mirto (Myrtus commùnis), al lentisco (Pistacia lentiscus), alla fillirea (Phillyrea latifolia), all'erica, all'olivo selvatico (Olea Europaéa var. oleàster), ad alcune orchidee, al narciso (Narcìssus tazètta), alla ferula (Fèrula commùnis), all'inula viscosa (Ìnula viscòsa), al trifoglio bituminoso (Psoràlea bituminòsa). La maggior parte di queste formazioni arbustive è nata dalla trasformazione dei boschi di leccio in vari tipi di macchia mediterranea. A Vivara, intorno al 1830, fu effettuato un taglio quasi radicale della foresta di querce, sterminando gran parte della flora autoctona per piantarvi colture erbacee annuali e arboree come vite e olivo. Nel 1960 sono state abbandonate le coltivazioni e la natura ha ripreso lo spazio che le era stato tolto fatta eccezione per i lecci di cui rimangono pochi esemplari. Nonostante le sue dimensioni Vivara ospita diverse specie d'invertebrati e vertebrati, terrestri e marini.
Gli ANFIBI sono del tutto assenti, anche perché sull'isola non esistono sorgenti. I MAMMIFERI si riducono ai soli coniglio selvatico (Oryctòlagus cunìculus),- immesso nell'isola a scopo di caccia dal re di Napoli Carlo III di Borbone circa due secoli fa -, due o tre specie di topolini (Apodèmus sylvàticus e Mus mùsculus domèsticus), e ad una delle sottospecie di topo, di dimensioni minori: la varietà «alessandrina» (Rattus rattus alexandrìnus). Stagionalmente appaiono su Vivara specie diverse di pipistrelli (Myòtis myòtis, Rinolophus ferrumequìnum, Rinolophus euryale, Vespertìlio seròtinus, Pipistrèllus Khuli) sui quali rimane ancora molto da studiare. L'isola è quindi, come per gli uccelli, una stazione nei viaggi migratori di alcune delle specie di mammiferi volanti italiani. I RETTILI sono: la lucertola (Podàrcis sìcula sìcula) abbondantissima in tutta la gamma delle colorazioni; un'unica specie di serpente, il biacco (Hierophis viridìflavus) assolutamente innocuo, presente in alcune centinaia di esemplari; qualche esemplare di geco comune o tarantola (Tarantola mauritànica). Se consideriamo invece gli UCCELLI, data l'esiguità del territorio dell'isola di Vivara e la brevità della sua distanza da Ischia, e tramite Procida, dalla costa flegrea, si può parlare di un'avifauna di Vivara soltanto nel senso di "avifauna insulare e continentale della zona flegrea". Si può quindi affermare che a Vivara esistono alcune specie «stanziali», (possono trovarsi durante tutto l'anno); mentre altre sono «invernali» (da ottobre a marzo), pochissime sono «estive» (da aprile a settembre), e la maggioranza sono «di passo» (autunnale, settembre-ottobre-novembre, o primaverile, marzo-aprile-maggio, o di entrambi). Delle specie stanziali solo alcune vi dimorano realmente tutto l'anno anche nella maggioranza dei loro individui ad eccezione degli uccelli "d'acqua dolce" del tutto assenti per il fatto che non ci sono specchi d'acqua dolce. Il grosso, dunque, degli uccelli reperibili a Vivara è in pratica rappresentato dagli uccelli di passo primaverile che la rendeno bella e interessante dal punto di vista ornitologico. Pur essendo un'isola e quindi geograficamente circoscritta, Vivara, non presenta aspetti particolari di carattere entomofaunistico che la discostano dalla vicinissima terraferma. Tuttavia un microcosmo tutt'altro che trascurabile è quello degli INSETTI, che instaurano i rapporti più svariati con la vegetazione esistente, dall'impollinazione dei fiori alla fitofagia. L'interesse dell'isola è legato anche al controllo da parte di altri insetti loro nemici, predatori e parassitoidi, in quel meraviglioso equilibrio biologico e naturale che in un'area non influenzata da interventi antropici o chimici può esprimersi liberamente. Dal punto di vista MARITTIMO l'immersione si svolge tra una serie di pareti ad una profondità di 12 metri dove anche i non esperti possono ammirare polpi, castagnole, saraghi e murene, ricci e granchi. Non è rarissimo inoltre poter avvistare la Stenella (Stenella coeruleoalba) una specie di delfino. Nelle acque circostanti dell'isola sono molto diffuse le praterie sottomarine di Posidònia oceànica, Zostera nana e Cymodocea nodòsa, che bordano quasi l'intero perimetro di Vivara, esclusa la parte Nord, rivolta verso la spiaggia della Chiaiolella che presenta fondali sabbiosi.
Si intitolava così l'articolo di un quotidiano che raccontava di un vecchio professore che si era preso cura di un isolotto, l'isolotto di Vivara... il professore era Giorgio Punzo. Il professore Punzo, ha trascorso una vita intera a trasmettre a tutti coloro che lo frequentavano, l'amore per la natura, per il mare, per gli uccelli, per la cultura, per l'arte... in definitiva per tutte le cose belle che offre la vita. Chiunque sia stato in contatto con lui non poteva non uscirne più ricco. Il professore Punzo (1911 - 2005) naturalista e filosofo era nato a Napoli nel 1911, nel 1965 fondò la LENACDU (Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli) poi divenuta la LIPU che oggi conta circa 35000 soci in tutta Italia, il suo nome è legato a Vivara in quanto dal 1977 al 1993 vi ha soggiornato con la sua associazione l"Unione Trifoglio" valorizzando l'isola con attività educative rivolte ai ragazzi e al tempo stesso tutelandola con una presenza costante che gli valse nel 1991 il "Premio Mediterraneo", una sorta di oscar per la difesa dell'ambiente. Per perfezionare e pubblicare la sua opera filosofica ha trascorso gli ultimi anni nella provincia di Avellino. La villa Scotto Pagliara, a Procida, residenza della omonima famiglie di armatori , che espresse anche due celebri figure di sacerdoti - Mons. Domenico illustre predicatore (1818 - 1882) e Mons. Giuseppe Domenico cappellano militare (vissuto fino alla metà del secolo scorso) è sede del Centro Studi e Documentazione sulla Riserva Naturale Statale isola di Vivara ove è allestita una mostra permanente su Vivara e una biblioteca. La villa è anche la sede dell'Associazione Vivara che organizza escursioni, campi naturalistici e pescaturismo oltre a numerose attività culturali per la valorizzazione di un turismo sostenibile e rispettoso dell'ambiente.
Dalla Redazione - Simone Cicchi
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